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La Corte di Giustizia torna sull’equo compenso

È una decisione importante quella resa nota dalla Corte di Giustizia questa mattina. Una decisione che sicuramente farà discutere e avrà degli strascichi importanti nel mondo dei produttori di stampanti.


Il tema, non nuovo nella giurisprudenza della Corte, è quello dell’equo compenso, l’indennizzo dovuto ai titolari del diritto d’autore per l’utilizzo non autorizzato delle proprie opere. Un esempio di equo compenso è quello delle fotocopiatrici: se qualcuno riproduce – nei limiti consentiti dalla legge – una parte di un mio libro, all’interno di una biblioteca, io non posso vietare tale riproduzione. Tuttavia, mi è dovuto un indennizzo – detto, appunto, equo compenso – per tale utilizzazione.
La direttiva 2001/29/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 22 maggio 2001, sull’armonizzazione di taluni aspetti del diritto d'autore e dei diritti connessi nella società dell’informazione, stabilisce che: “Gli Stati membri hanno la facoltà di disporre eccezioni o limitazioni al diritto di riproduzione di cui all'articolo 2 per quanto riguarda: (…) le riproduzioni su qualsiasi supporto effettuate da una persona fisica per uso privato e per fini né direttamente, né indirettamente commerciali a condizione che i titolari dei diritti ricevano un equo compenso che tenga conto dell'applicazione o meno delle misure tecnologiche di cui all'articolo 6 all'opera o agli altri materiali interessati”. Quindi, in alcuni ordinamenti europei, tra cui l’Italia, l’equo compenso è dovuto; in altri, invece, no (ad esempio, in Inghilterra).
L’equo compenso, peraltro, prescinde dall’effettivo utilizzo del dispositivo per finalità di riproduzione: nel caso Padawan del 2010, i giudici comunitari hanno chiarito, infatti, che il compenso per copia privata può gravare solo su apparecchi, dispositivi e materiali di riproduzione digitale presumibilmente utilizzati ai fini della realizzazione di copie private (ma non su altri mezzi di riproduzione) e che non rilevi, perché sia effettivamente dovuto il compenso, che gli strumenti tecnologici siano effettivamente utilizzati per finalità di riproduzione.
La controversia decisa oggi dai giudici comunitari, è sorta quando la VG Wort, collecting society dei diritti d’autore che rappresenta in Germania gli autori e gli editori di opere letterarie, ha chiesto che le società Canon, Epson, Fujitsu, Hewlett-Packard, Kyocera e Xerox fossero condannate a fornirle informazioni sulla quantità e la natura delle stampanti che esse hanno venduto, dal 2001 al 2007, e, conseguentemente, a pagare l’equo compenso su tali prodotti (stampanti, pc e plotter).
La questione è relativa alla possibilità di includere nella nozione di «riproduzioni effettuate mediante uso di qualsiasi tipo di tecnica fotografica o di altro procedimento avente effetti analoghi» – di cui alla Direttiva 2001/29/CE – anche stampanti e personal computer. La Corte di Giutizia, nella sentenza odierna, aderisce a tale interpretazione, ampliando significativamente la previsione della direttiva comunitaria.
Il punto rilevante è però altro: l’equo compenso è dovuto nel solo caso in cui tali dispositivi “siano collegati tra loro”. Ciò significa che non è ammissibile un equo compenso “doppio”, dovuto sia sul pc che sulla fotocopiatrice, ma l’indennizzo deve corrispondere, complessivamente, a quello dovuto per gli strumenti che consentono, autonomamente, la riproduzione delle opere (es. le fotocopiatrici).
Resta agli Stati membri la decisione su chi, concretamente, sia tenuto a pagare questo compenso: è verosimile che, purtroppo, sarà un costo allocato dai produttori sui consumatori finali.
Il compito, poi, di stabilire i modi in cui avvenga la distribuzione di questo compenso tra gli aventi diritto è rimesso agli Stati nazionali: a livello nazionale, quindi, sarà la SIAE a raccogliere e distribuire. Non si tratta, in questo caso, di una novità: infatti, già nel caso Stichting de Thuiskopie del 2011, la Corte di Giustizia aveva affermato che “spetta allo Stato membro che ha istituito un sistema di prelievo per copia privata a carico del fabbricante o dell’importatore di supporti di riproduzione di opere protette, e nel territorio nel quale si produce il pregiudizio causato agli autori dall’utilizzo a fini privati di loro opere da parte di acquirenti che vi risiedono, garantire che tali autori ricevano effettivamente l’equo compenso destinato ad indennizzarli di tale pregiudizio”.
Resta solo da capire se e come inciderà un ulteriore aumento del costo dei prodotti – riverberato, come detto, sui consumatori finali – in un settore già vessato dalla crisi.