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Parodia e diritto d’autore: la parola alla Corte di Giustizia

E’ una sentenza equilibrata quella con cui la Corte di Giustizia ha confermato che la parodia costituisce un’eccezione al diritto d’autore e che, quindi, il titolare dell’opera “parodiata” non possa vantare alcun diritto sull’opera satirica derivata.
Il caso è semplice. Un esponente politico belga, durante una festa di capodanno, distribuisce ai suoi invitati un calendario, nel quale è contenuto un disegno che riprende la copertina dell’album “La tomba indù” del fumetto Bob&Bobette (personaggi molto noti in Belgio – dove i fumetti sono una delle poche specialità nazionali – che, a differenza dei Puffi o di Tin Tin, hanno avuto meno fortuna all’estero).
Ad ogni modo, gli eredi di Willy Vandersteen, disegnatore “papà” di Bob&Bobette, decidono di rivolgersi al Tribunale di Bruxelles, per impedire la diffusione del calendario. In primo grado, le loro domande sono accolte: viene così dichiarata la violazione del diritto d’autore e ordinato il ritiro del calendario.
I giudici dell’Appello, invece, rinviano il caso alla Corte di Giustizia, sottoponendo due quesiti:
a) se la nozione di parodia sia autonoma e, quindi, debba essere interpretata alla luce del solo diritto comunitario;
b) se la parodia debba presentare un grado di originalità tale da consentire al lettore di individuare l’opera originale, senza che il lettore sia indotto ad attribuire la paternità della parodia stessa all’autore dell’opera originale.
La base giuridica di partenza è costituita dalla direttiva 2001/29 sul diritto d’autore e i diritti connessi che, al Considerando 31, stabilisce la necessità di assicurare “un giusto equilibrio tra i diritti e gli interessi delle varie categorie di titolari nonché tra quelli dei vari titolari e quelli degli utenti dei materiali protetti” e, all’art. 5, inserisce la parodia e le caricature tra le eccezioni al diritto d’autore (e, quindi, tra i casi in cui è ammesso lo sfruttamento di un’opera protetta, senza dover versare nulla al creatore dell’opera originaria).
In merito alla prima questione, la Corte ritiene che la nozione di “parodia”, in assenza di una definizione legislativa, debba essere intesa sulla base del significato abituale del termine nel linguaggio corrente. L’opera parodistica, quindi, dovrebbe, da un lato “evocare un’opera esistente, pur presentando percettibili differenze rispetto a quest’ultima”, e, dall’altro, “costituire un atto umoristico o canzonatorio”.
Sul secondo profilo, invece, la sentenza si ricollega alla nozione di “giusto equilibrio”: l’uso di un’immagine altrui, modificata e parodiata, determina creazione di una nuova opera.
In definitiva, la parodia deve limitarsi a contenere differenze facilmente riconoscibili rispetto all’opera originale e non deve creare confusione sulla paternità delle opere. Non è necessario, invece, che sia citata l’opera primaria, né che sia dovuto un compenso al suo autore.
Più complessa – ma la Corte di Giustizia non si pronuncia sul punto, essendo di competenza del giudice nazionale – è invece la questione relativa al diritto dell’autore di impedire l’utilizzo della propria opera laddove la parodia, come nel caso di specie, contenga messaggi violenti o razzisti. Sul punto, l’opinione dell’Avvocato Generale aveva proposto una lettura salomonica, affermando che l’uso dell’immagine originaria non possa essere interdetto “solo perché il messaggio non è condiviso dall’autore dell’opera originale o può sembrare deplorevole a gran parte dell’opinione pubblica”, ma, al contempo, che non siano ammissibili “le alterazioni dell’opera originale che, nella forma o nella sostanza, trasmettano un messaggio radicalmente contrario alle convinzioni più profonde della società”. In altri termini, occorre rispettare non le idee e le convinzioni dell’autore dell’opera parodiate, ma quelle – dai contorni sicuramente sfumati – dell’intera società sulle quali, riprendendo ancora le parole dell’Avvocato Generale, si fonderebbe “lo spazio pubblico europeo”.