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Le serie web: come guadagnare (qualcosa) con il diritto d’autore

Il cinema italiano è in crisi. Lo dicono tutti, da sempre. Due parole, cinema e crisi, che sono divenute, nel corso del tempo, un’endiadi inscindibile. Se si parla di cinema, si deve parlare di crisi.

Le ragioni sono note. Scriverne non annoierebbe meno che parlarne apoditticamente. Sempre meno produzioni (i film italiani sono oramai un’ottantina all’anno); una distribuzione asfittica, schiacciata da regole rigide, che privilegiano pochissimi e relegano all’oblio tutti gli altri; una scarsissima partecipazione del pubblico (eccezion fatta per i film natalizi).

La scelta di temi banali, con soluzioni narrative declinate in infinite ripetizioni: i quarantenni e i loro precariati, emotivi e professionali, quasi che i quarantenni avessero bisogno del cinema per farsi raccontare una realtà con cui coabitano e che faticosamente provano a sviare ogni giorno.

Qualche bella eccezione. Penso, e qui mi si perdonerà lo sciovinismo campanilistico, a L’arte della felicità di Alessandro Rak, con la colonna sonora dei Foja e di Gnut. Un film distribuito pochissimo, ma molto interessante, che dribbla i topoi della città più bella del mondo: una Napoli plumbea, come nei primi film di Martone, e insolitamente piovosa. Una storia universale, che parte da una descrizione originale, dove l’eco di Miyazaki è più forte di quella di Eduardo. Una dimostrazione significativa di quello che, da anni, i critici più attenti segnalano e, cioè, che il futuro possibile della cinematografia passa per l’animazione.

Il film di Rak, per fortuna, non è l’unica eccezione. Se osserviamo la parte mezza piena del bicchiere, non possiamo non notare l’esplosione delle serie web: basti citare i “veterani” The Pills, ma anche Stuck e Under di Ivan Silvestrini, the Jackal, che, già prima del tormentone delle due fritture (e adesso con la parodia di Birdman), si erano imposti all’attenzione con Kubrick e Lost in Google. Moltissime le serie che stanno nascendo, sia a livello amatoriale (in genere produzioni a costo zero, girate in interni) sia a livello professionale.

Le serie web presentano diversi vantaggi. Innanzi tutto, non scontano le strettoie della distribuzione cinematografica: YouTube e le altre piattaforme del web – in attesa che Netflix approdi in Italia – consentono di raggiungere un pubblico potenzialmente infinito, investito dalla viralità nelle produzioni migliori. C’è maggiore libertà creativa; la serialità consente, agli autori e agli sceneggiatori, di sviluppare compiutamente i personaggi della storia e, al pubblico, che soffre di un’endemica pigrizia, di abituarsi e di affezionarsi a questi personaggi e di legarsi alla serie.

Tutto bello, insomma? Non proprio. I video dei Pills sono stati visualizzati quattro milioni di volte: ma i Pills sono diventati ricchi?

Sarebbe ingiusto, alla luce del solo dato economico, intonare il de profundis per un fenomeno che, almeno in Italia, è ancora in fase embrionale. Gli investimenti – se di investimenti si può parlare – al momento sono risibili. L’attenzione del pubblico però cresce, sebbene pochi siano gli esperimenti testati su di un pubblico pagante. Poche le serie, del resto, che si pongono il problema del pubblico di riferimento.

Al di là degli investimenti, i maggiori guadagni sono ottenuti con le revenue pubblicitarie pagate da YouTube e dalle sue sorelle. Revenue che si stanno orientando verso un modello a percentuale fissa, con possibilità per i creatori dei contenuti di vendere anche a un prezzo maggiorato, che non andrà ripartito con i gestori delle piattaforme. Una soluzione indirizzata unicamente agli investimenti pubblicitari, che, a breve, si fonderanno con gli abbonamenti proposti agli utenti.

Del resto, i meccanismi di fidelizzazione delle web series creano il bisogno nel pubblico, pubblico che – a differenza di quello che si potrebbe credere – è ben disposto a sottoscrivere contratti di abbonamento.

Il diritto d’autore sembra essere, tuttavia, estraneo a questi modelli di business. La miopia dei produttori di contenuti guida alla diffidenza verso le nuove forme di distribuzione, cui si guarda ancora in termini di pericolo e raramente di opportunità. Da un lato, si evoca lo spettro della pirateria, che, come un coniglio da un cilindro, è la scusa buona ad occultare i ritardi culturali e imprenditoriali del cinema e, in genere, dell’industria culturale italiana. Dall’altro lato, si consente alla SIAE di stipulare un accordo con YouTube per l’intero settore audiovisivo, accettando il pagamento di una cifra poco più che simbolica.

Ma se le web series hanno milioni di visualizzazioni, se il diritto d’autore è davvero così importante, perché ci si accontenta delle graziose concessioni degli OTT di internet?

I produttori delle serie che girano nel web sembrano distratti, la SIAE sembra non aver capito l’importanza di un mercato, che, in spregio a ogni evidenza, reputa ancora ancillare rispetto ai tradizionali canali mainstream. Né può dimenticarsi che molti degli autori di queste serie non sono neanche iscritti alla SIAE e ben potrebbero essere tutelati da altre società di gestione collettiva. La medesima possibilità, a ben vedere, potrebbe essere esercitata anche dagli iscritti alla SIAE, per mezzo della limitazione del mandato.

Di cosa stiamo parlando? Della facoltà, riconosciuta, ai sensi dell’art. 11 del Regolamento SIAE agli associati di “escludere dal mandato i diritti di riproduzione e comunicazione al pubblico limitatamente alle utilizzazioni sulle reti telematiche e di telefonia mobile o analoghe forme di fruizione delle opere, distintamente per: a) utilizzazioni interattive b) utilizzazioni non interattive”. Il secondo comma del medesimo articolo stabilisce che “Tale facoltà deve essere esercitata, tramite compilazione ed inoltro di apposito modulo predisposto dalla Società, all’atto dell’associazione o con un preavviso di almeno novanta giorni prima della scadenza di ogni periodo annuale di durata del rapporto associativo, con effetto dal periodo successivo a quello della presentazione della richiesta”. Analoghe previsioni sono poi indicate dall’art. 10 del Regolamento, per quanto riguarda la limitazione per territori ovvero per i singoli diritti amministrati.

In altre parole, senza scadere nel “giuridichese”, gli associati SIAE possono assegnare alla società italiana la gestione di alcuni diritti e, a una società straniera, la gestione di altri (tra cui i diritti derivanti dalle utilizzazioni on-line).

Chi non è iscritto alla SIAE, invece, può assegnare l’intermediazione dei tutti i propri diritti d’autore ad una società diversa dalla SIAE.

Questa potrebbe essere sicuramente una soluzione efficiente per i tanti che stanno investendo, a diverso titolo, nelle web series di monetizzare le visualizzazione degli utenti e di ottenere dei proventi maggiori rispetto a quelli realizzati oggi per mezzo della SIAE.

Di questo (e di altro) parlerò tra qualche ora insieme ad alcuni operatori delle serie web a Roma, alla libreria Fandango. La speranza è che sia un primo momento di riflessione e di scambio di opinioni per un settore dalle enormi potenzialità.