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EXPO, teppisti figli di papà e strategia della distrazione

La prima regola di Chomsky sulla manipolazione e il controllo sociale da parte dei mass media è la strategia della distrazione: si inonda il pubblico con un’alluvione di notizie insignificanti per deviare l’attenzione dai problemi reali.

La storia è piena di esempi: chi non ricorda – in un periodo di revival di Mani pulite – il “decreto salvaladri” voluto dall’allora ministro della giustizia Alfredo Biondi? Eravamo nel luglio del 1994, all’alba del primo governo Berlusconi e nel pieno dei mondiali di calcio americani, alla vigilia della semifinale Italia-Bulgaria. Concentrati sul codino di Roberto Baggio, pensarono che avessimo già dimenticato il pool milanese.

La storia si ripete e ieri siamo annegati sotto le immagini di una città devastata dai manifestanti contrari all’Expo 2015. Vandalismo previsto e prevedibile, che ha confermato, ancora una volta, l’inadeguatezza di chi dovrebbe garantire l’ordine pubblico nel nostro Paese e ha avallato le tesi di chi sostiene che siano gli stessi governanti a godere di questi avvenimenti. L’inciviltà ripresa da ogni angolazione da mass media e social network e rilanciata all’infinito, ingigantendo e, al tempo stesso, svuotando di senso ogni messaggio.

Da una parte, i poliziotti (per tradizione poveri e malpagati), dall’altra – per usare le ricercate parole del nostro premier – i “teppistelli figli di papà”: il frammento di lotta di classe di pasoliniana memoria è un passpartout buono per ogni occasione. Una lettura elementare e lineare, ottima per un popolo allergico agli approfondimenti.

Siamo una nazione fondata su patria e famiglia: perché evocare i (figli di) papà e dimenticare le mamme? Ecco allora la mamma di Baltimora, nuovo idolo del popolo dei social network. Perché le nostre mamme non vanno a riprendersi i figli in strada invece di passare il tempo a farsi i selfie in bagno? E questi figli che hanno troppi soldi, troppi iPhone, troppe Playstation! Noi sì, la nostra generazione sì che aveva degli ideali! I fratelli Cervi, dove sono i fratelli Cervi? Un calderone senza confini, che ricorda più la madre di Robertino che quella di Baltimora.

Le immagini, condivise da tanti, stimolano l’emotività più che la riflessione, creano un “un corto circuito su un’analisi razionale” e sul “senso critico dell’individuo” (è questa la sesta regola di Chomsky). Aprono la porta ai sentimenti peggiori: qualcuno, la cui frettolosa impulsività scivola nella retorica reazionaria, invoca la Diaz, quasi che la pagina più buia dell’ultimo decennio della nostra democrazia possa essere elevata a modello.

Le posizioni si radicalizzano e, in un Paese ancorato ai Guelfi e ai Ghibellini, si può essere solo da una parte della barricata. Nessuna analisi compiuta, nessuna sfumatura; meglio i ragionamenti di panza che quelli di testa, meglio indignarsi per ragazzini incappucciati che, parafrasando Moretti, pensano, parlano e vivono male. Se non sei con noi (che siamo i buoni), sei un gufo, sei amico dei teppisti.

Improvvisamente cala l’oblio su Farinetti e sui discutibili appalti affidati a Eataly, sui ritardi nei cantieri, sui padiglioni di Coca-Cola e McDonald’s, sulla gestione inutilmente decorativa del nostro patrimonio culturale. Il palcoscenico è rapito da quella che, giustamente, è stata definita la pornografia della devastazione, dove il solo e unico tema di discussione diventano i teppisti, che rovinano l’immagine del Paese più bello del mondo, della capitale morale d’Italia. Viva la retorica, le maestre facciano ricopiare cento volte agli scolari le belle parole del nostro premier: “Oggi inizia il domani di un Paese che ha un passato straordinariamente bello da far venire i brividi ma che ha voglia di futuro”. Teniamoci per mano patriotticamente e, patriotticamente, intoniamo il nuovo inno d’Italia, nella versione che ci vuole pronti alla vita, giovani, belli, con un inglese un po’ stentato (ma quanto ci rassicura questo premier, nostro coetaneo, che ostenta le sue mediocrità?). Anzi, sostituiamolo questo vecchio inno: i leghisti, anni fa, proponevano “Va, pensiero”, io rilancio con il motivetto di Seven Nation Army. Forza Matteo, canta con noi: pooo-po-po-po-po-pooo-po!

E voi, amici di Facebook, follower di Twitter, seguaci e adepti, continuate pure a condividere il video di un ragazzino afasico, che prova a spiegare, tra mille cioè, i perché di un dissenso. In fondo, perché dovremmo sforzarci di capirne qualcosa di più e cercare la luna, nascosta tra tante nubi? Continuiamo pure a guardare il dito, è più vicino.

 

P.S. Noam Chomsky ha da tempo rubato a Marshall McLuhan il poco invidiabile primato di studioso citato a vanvera. In parte, anche nel post che avete appena letto. Capisco che siamo solo a maggio, ma prometterci di leggere più Chomsky e passare meno tempo su Facebook potrebbe essere un buon proposito per l’anno nuovo. Anche per capire meglio i post dei nostri amici.