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Erri De Luca assolto, viva Erri De Luca! Ma quando parliamo di TAV?

“Abbiamo una responsabilità, finché viviamo. Dobbiamo rispondere di quanto scriviamo, parola per parola, e far sì che ogni parola vada a segno”.

Probabilmente, il processo a Erri De Luca è frutto di un equivoco. Le parole di Primo Levi, richiamate dal sostituto procuratore Antonio Rinaudo nel corso della sua requisitoria, rievocano una responsabilità morale, che è altro dalla responsabilità giuridica.

Non mi interessa entrare nella polemica – forse un po’ azzardata – sulla sopravvivenza dei reati di opinione, perché non sono un penalista e sono sfornito degli strumenti tecnici per discuterne. Da giurista, che da un po’ di anni si occupa di informazione, non posso però non essere colpito dalla confusione che sta nascendo dalla vicenda e dal fatto che la discussione si stia attorcigliando intorno a quattro nodi (almeno quattro) che andrebbero chiariti.

Ecco il primo. In tanti, negli ultimi mesi, si sono battuti per la libertà di espressione, vestendosi da Charlie, salvo dismetterne repentinamente i panni dinanzi alle intemperanze xenofobe di Casa Pound. La confusione, e l’apparente contraddizione, nascono dalla mancata comprensione del concetto stesso di diritto: nessun diritto è illimitato, altrimenti salterebbe per aria la convivenza civile. Gli studenti del primo anno delle facoltà giuridiche lo imparano subito, mi sembra opportuno ricordarlo anche agli altri.

L’articolo 21 della nostra Costituzione sancisce un diritto fondamentale, non un diritto senza limiti. Del resto, se non esistessero limiti, allora dovremmo accettare comizi notturni nelle pubbliche piazze, con amplificatori assordanti che squarciano le flebili luci dell’alba. E, invece, anche il diritto dei cittadini al riposo – che rientra, tecnicamente, nella nozione di ordine pubblico – merita di essere tutelato. Aveva ragione Lucio Dalla, quando cantava che il pensiero è come l’oceano e che, come l’oceano, non lo si può bloccare o recintare: ma Dalla, che evidentemente aveva compreso anche gli intenti dei nostri Costituenti, parlava del pensiero e non della sua manifestazione.

Il secondo nodo è talmente banale che non meriterebbe neanche di essere discusso. I detrattori di Erri De Luca provano a screditare i suoi difensori, ricordando le critiche mosse a Calderoli, colpevole di aver dato dell’orango all’ex ministro Kyenge. Le due vicende non sono sovrapponibili e qui la confusione è evidente, anche sul piano strettamente giuridico: Calderoli ha offeso un’altra persona (e, quindi, siamo al cospetto di una diffamazione), Erri De Luca ha invitato a sabotare la TAV.

Il terzo nodo, invece, ha un’importanza centrale, perché dovrebbe fotografare nitidamente la vicenda. Quarant’anni fa, la Consulta sancì l’incostituzionalità dell’art. 415 del Codice penale, che puniva l’istigazione all’odio fra le classi sociali, affermando che “L’attività di esternazione e di diffusione di queste dottrine (quelle che propugnavano la lotta tra le classi sociali, ndr), che non susciti di per sé violente reazioni contro l’ordine pubblico o non sia attuata in modo pericoloso per la pubblica tranquillità, non ha finalità contrastanti con interessi primari costituzionalmente garantiti e pertanto qualsiasi repressione o limitazione di essa viola la libertà consacrata nell’art. 21 della Costituzione”.

Ecco, il caso di Erri De Luca non è dissimile e richiama alla mente la teoria elaborata dalla Corte Suprema per fissare i confini del Primo emendamento della Costituzione americana. Una norma apparentemente senza limiti (neanche il richiamo al buon costume, presente nel nostro articolo 21), che vieta al Congresso di promulgare leggi che limitino la libertà di parola.

Nel 1919, però, una figura mitica del diritto americano, il giudice Oliver Wendell Holmes, elaborò la doctrine nota come clear and present danger: le parole possono essere arginate quando, dal contesto nel quale sono adoperate, ne potrebbe derivare un pericolo evidente ed imminente. In altri termini, non è sufficiente propagandare la disobbedienza civile, ma bisogna creare un effettivo pericolo per l’ordine pubblico.

Mi sottraggo volentieri alle verità assolute e dicotomiche di coloro che esaltano o denigrano l’operato di Erri De Luca, in gran parte mossi dalla simpatia che provano verso lo scrittore. Non riesco a credere, però, che le parole pronunciate rappresentassero un pericolo imminente. Forse sarà stato imprudente De Luca nel pronunciarle, ma altrettanto imprudenti sono stati i giudici che hanno portato avanti un processo il cui esito, mi si perdoni la presunzione, era scontato sin dall’inizio.

Il quarto nodo è banale, ma deve essere ricordato. In tanti hanno detto o scritto che non si può impedire a una mente lucida di esprimersi liberamente. Non è così: il diritto di manifestare il proprio pensiero è riconosciuto anche alle menti obnubilate, a quelle disordinate, ai chiacchieroni, agli sciocchi. È un diritto di tutti, perché, per rimanere in ambito costituzionale, tutti i cittadini “hanno pari dignità sociale” e “sono eguali davanti alla legge”.

Potrei sbagliare, ma c’è un quinto nodo, di cui nessuno ha parlato. Erri De Luca, forse suo malgrado, è stato eretto a paladino e martire della libertà di parola, per aver contestato un’opera discutile, ma non discussa. Un’opera la cui essenzialità non è chiara ai più, incluso a chi scrive. Ieri ci siamo dilungati sugli scontri violenti tra dissenzienti e forze di polizia, oggi ci siamo svegliati tutti costituzionalisti e penalisti e ci siamo interrogati sulle libertà costituzionali.

Quando torneremo a discutere della TAV? Sono certo che anche Erri De Luca ne sarebbe felice.