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Una firma per liberalizzare il diritto d’autore?

Diecimila firme in meno di una settimana. Non possono non far riflettere i numeri della petizione – lanciata da Adriano Bonforti, giovane innovatore trasferitosi a Barcellona e creatore della piattaforma per la tutela del plagio Patamu.com (un’alternativa economica al deposito delle opere in SIAE) – con cui si chiede l’abolizione del monopolio della SIAE.
Sgombriamo il campo da ogni possibile equivoco: non è una petizione contro il diritto d’autore, non si chiede l’abolizione della SIAE. Si chiede che altre società possano svolgere il lavoro – la raccolta e la distribuzione dei diritti d’autore – oggi assegnato, in via esclusiva, ad un unico ente (la SIAE, appunto). Un monopolio legale che rappresenta una peculiarità italiana, unico Paese europeo, insieme all’Austria, con una simile previsione normativa.
Il tema della liberalizzazione della SIAE ha investito, recentemente, anche le aule parlamentari. Un progetto di legge, presentato dall’onorevole Andrea Romano, vorrebbe liberalizzare il mercato del diritto d’autore, attribuendo, per alcuni anni, alla SIAE solo alcune funzioni esclusive. Una proposta – in parte simile alle conclusioni di un mio scritto di qualche tempo fa – che ha suscitato interesse, sebbene non siano mancate le critiche. È una base di partenza importante, perché non mira a smantellare l’ente, ma, preservandone il patrimonio di competenze, si limita aprire il mercato ad altre collecting societies.
Ma ha davvero senso liberalizzare la gestione collettiva del diritto d’autore?
La teoria economica insegna che si tratta di un mercato che origina monopoli naturali: la raccolta e la distribuzione delle royalties è un’attività dispendiosa, che crea economie di scala. Non è immaginabile che vi siano molti soggetti a negoziare i diritti degli autori con gli utilizzatori (radio, televisioni, ecc.), perché quest’attività si rivelerebbe inefficiente e i costi transattivi rischierebbero di sopravanzare i possibili benefici economici.
C’è però un risultato solo apparentemente antitetico da considerare. Liberalizzando, resta sul mercato (libero) chi agisce meglio, gli altri sono risucchiati dalle loro inefficienze. Un ulteriore effetto potrebbe essere quello di scorporare le attività delle collecting societies, che non si occuperebbero di tutte le opere e di tutte le utilizzazioni, ma solo di segmenti frammentati (ad esempio, la musica ma non la letteratura; le utilizzazioni pubbliche, ma non le riproduzioni, ecc.).
Parlando di inefficienze, viene da domandarsi: la SIAE opera secondo regole di efficienza?
È sufficiente dare una scorsa ad alcuni dati per rispondere a questa domanda. Oltre la metà degli iscritti all’ente non recupera, con i diritti d’autore, la tassa di iscrizione: lo ha dichiarato, qualche anno fa, l’allora presidente della SIAE, Giorgio Assumma. Se si passa in rassegna il bilancio SIAE, si nota che il saldo positivo di bilancio è dovuto non già alla raccolta dei diritti d’autore – che dovrebbe rappresentare il core business dell’ente – ma da attività differenti (vendita di immobili, tagli al fondo di solidarietà per gli autori indigenti, ecc.). Per essere più chiari: se la SIAE dovesse trarre i propri utili esclusivamente dalla raccolta del diritto d’autore, sarebbe perennemente in perdita. I costi del personale, poi, sono difficilmente paragonabili a quelli delle altre società di gestione collettiva europee. E pare non sia un mistero che buona parte dei dipendenti sarebbe legata tra loro da rapporti di parentela.
Spunti occasionali, che evidenziano una gestione dell’ente discutibile (per ricorrere ad un eufemismo).
Lo scorso 26 febbraio è stata approvata una direttiva comunitaria sulle collecting societies. La direttiva non abolisce i monopoli legali esistenti, ma conferma la possibilità che le società di gestione collettiva operino al di fuori dei propri confini nazionali (in linea con quanto stabilito dalla decisione CISAC della Commissione). In altri termini, viene ribadito il diritto degli artisti italiani di iscriversi con altre collecting societies diverse da SIAE e, al tempo stesso, il diritto, per le collecting societies straniere di operare, dall’estero, nel territorio italiano, amministrando i diritti d’autore dei propri associati.
Una ragione ulteriore per ripensare il monopolio: in Italia non è possibile costituire una società che faccia concorrenza alla SIAE; se questa società è però creata all’estero, può operare nel territorio italiano (pagando – ed è solo uno dei possibili corollari – le tasse allo Stato nel quale è stabilita).
Argomenti tecnici ci incanalano verso identiche soluzioni. La Corte di Giustizia – da ultimo nel discusso caso OSA – ha più volte affermato che il monopolio è una condizione patologica del mercato che, nell’ottica degli obiettivi comunitari, può essere preservata solo se garantisce efficienza. Sembrano quasi riecheggiare le parole che pronunciò nel 1841 Thomas Babington Macaulay, in un celebre discorso alla House of Commons, quando definì il monopolio un male necessario.
La gestione disastrosa della SIAE dovrebbe far riflettere sulla necessarietà di questo male. Forse una petizione non cambierà lo stato delle cose, ma, personalmente, sono fiducioso che anche iniziative del genere possano concorrere a sviluppare la consapevolezza di una situazione che non può non essere modificata.